martedì 24 novembre 2009

Panta rei

Si dice che quando una donna cambia taglio di capelli, è in lei in atto un gran cambiamento.
Quella donna, potrebbe conquistare il mondo!!!!......(non appena la giovane sfonatrice avrà finito di metterle il lucidante anticrespo, dopo la piastra....."con questo tempo!" sorride la giuliva)

E se una donna cambia il look al proprio blog??

Niente.
Cambiamento ragazzi, puro e semplice cambiamento, cioè "c" "a" "m" "b" "i" ...eccetera eccetera....: PANTA REI, PANTA REI. (o forse è quella roba ...DDA?? disturbo del livello di attenzione, o roba simile....)

E c'era troppo rosa nel blog prima, non trovate???
(udì un grande rimbombo come nel profondo di un pozzo...che le ritornò indietro come un cane fedele col suo padrone)

martedì 10 novembre 2009

racconto semi-casuale

Questo è un racconto nato in una serata un po' agitata e insonne. E' scritto come viene dalla testa, senza essere stato riletto e corretto. Perdonate, se qualcuno ci sia sempre a leggere questa cantina abbandonata del mio blog :), eventuali errori. Ho voluto appositamente lasciarlo così, spontaneo e senza titolo.

Decise che era ora di uscire.

Prese le sue cose, tutte storte, le sue brutte frasi, gli imbarazzi e li ficcò nella sua bella borsa vecchia.

Portò la borsa alla bocca e sussurrò a sé queste parole “nonostante tutto qui c'entrate ancora”.

Le sue abitudini, le sue mani che tanto avevano carezzato momenti non vissuti, le sue rughe le stavano a dire di se stessa e della sua vita: un ammasso sulla fronte: quante rabbie, quante bugie vi hanno scolpito. E se le carezzava.

Quando fu al piano di sotto lo fissò negli occhi.

Non era mai stata così dura.

Lui le disse di sì, che avrebbe fatto quello che gli aveva chiesto. Aveva tutto con sé. O meglio il poco che aveva, ma lo teneva sì, ben stretto. Anche le tue tasche vuote sono sempre tue.

Non si è mai visto un uomo senza tasche. Doveva pur averle. Così quel disordinato arruffato involtolo di lenzuola colorate e sporcate dal tempo e dalla polvere.

Eppure nell'insieme a lei parve così preciso: il suo essere arruffato e quel suo unico desolato bagaglio lo rendevano lui, e a lei questo bastava. Lo sapeva, non poteva farne a meno. Non lo avrebbe più voluto con sé senza le sue macchie, le sue viltà e le sue colpe. Era il suo dolce e tenero colpevole, voleva tenerselo per sé. Anche se lui fosse volato giù dalla finestra verso gli abissi di un mare oscuro e pungente, lei lo avrebbe aspettato, alla finestra come una giovane Penelope che anziché non completare la tela non completava la sua vita.

Era questo: una vita scucita, senza la trama giusta, una serie di maglie indecise e storte la rendevano quello che era: una tela sgualcita, senza un disegno preciso ma lui la amava ugualmente.

Le sue doppie punte, i suoi occhi profondi e le sue rughe, ah già, le sue bellissime e profonde rughe.

Era l'unica donna giovane del paese ad avere quelle tracce di una vita sul volto. Tutti avevano fatto dei figli per dimostrare di non essere immortali e per cercare di diventarlo in qualche modo,lei aveva solo quelle maledette rughe. Eccomi, eccole, siamo qui e non potete farci nulla, è così e basta.

Lasciateci andare, andremo dove nessuno è mai stato, dove non c'è un sole di giorno, ma è sempre notte, dormiremo un sonno profondo e ci sveglieremo quando le mie rughe saranno scomparse e lui sarà tornato.

Le prese il volto tra le mani, le sue mani grandi e forti come quelle di un contadino che non aveva mai lavorato e lunghe e disegnate come se Michelangelo ci avesse messo le sue di mani, come se gliele avesse fatte apposta per contenere il suo viso. Ecco perché quando lo fece, a lei sembrò di sentirsi come quei pezzi di granito che vengono restituiti alla terra, incassati nel loro vano, proprio da dove erano stati presi. In pace, in natura.

Perché era così che si sentivano: come due pezzi, diversi e mal assortiti, con tante altre parti attaccate: ognuno aveva le sue zavorre. Ma quando si guardavano, anche se lei gli guardava un braccio o lui le guardava il suo collo bianco, erano completi ma non potevano dirlo a nessuno: l'invidia del mondo li avrebbe separati e tutti li avrebbero odiati.

Si limitavano a guardarsi così, l'uno all'insaputa dell'altro.

Le sue rughe sottolineavano come lei muoveva gli occhi percorrendo le sue spalle e lui aveva le mani stanche, stanche di battere sulla sua finestra che lei fingeva di non sentire. Poi si girava nel letto e affondava felice il volto in un sogno dove lei si sarebbe affacciata da quella finestra, avrebbe raccolto prima le sue cose e lo avrebbe preso e se lo sarebbe portato via.





sabato 11 luglio 2009

"ESCI DAL KARMA"

Mi sono resa conto che nella propria vita é come rivivere sempre la stessa età. Fate voi, 8, 10, 13 anni. E' uguale. Hai sempre la stessa età, rimani tu, le situazioni si ripetono uguali ma ecco cosa cambia: sono sempre più forti. Il primo sguardo diventa il primo bacio e una carezza timida diventa amore (o sesso, dipende dal caso). Una battutina diventa la pugnalata alle spalle di una persona stimata e amata.
Puoi soltanto esserti fatto le ossa o meno, é un continuo verificare se hai capito dai tuoi sbagli, e dai che ti ridai rivedi quelle cose, quegli atteggiamenti. Quindi in fin dei conti sei tu che devi deciderti a non ricaderci no? O il mondo é tutto uguale o la vita ama ripetere se stessa per vedere se stavolta ti frega o no. Per qualcuno é un dio che lo mette alla prova.
O forse é solo vita e basta, e tutto ciò che bisogna fare é prendersi meno sul serio, cercare a tutti i costi di essere felici, senza troppi rimpianti, con le paure che non ti fanno commettere sbagli enormi e il desiderio di farne che te ne fa fare di bellissimi, incassa e rialzati.

venerdì 26 giugno 2009

Generazione che non sorride mai

Faccio parte della generazione "1000 euro" se tutto andrà bene, faccio parte della generazione che non sa cosa mettere non perché non ha nulla da mettersi addosso ma non riesce a pensare, ha troppo, ha tutto, non ha niente. Allo stesso modo non sa crescere e costruirsi, cammina sempre e sempre come ai bordi dell'autostrada: fuori pericolo ma mai fuori del tutto dalla strada. Si parla di precarietà...precari. Il termine precario mi fa venire in mente una sedia che non si regge sulle sue gambe. Un minimo la sedia si regge però, a noi sembrano segarci le gambe e toglierci il bastone, mendichiamo un lavoro che ci spetta, stiamo lottando per una cosa che deve esserci e basta e che cos'é questo se non l'assassinio del sogno, il sogno di diventare grandi e di farcela da soli, invece guardi i tuoi e gli dici che ancora devono tenerti la mano, anche se si é fatta grande e la loro é sempre più piccola.
La consapevolezza che non c'é un orizzonte finito é tipico di questa età, il dopo laurea mette sempre in crisi ma non dovrebbe mettere in dubbio un fatto naturale, la natura non smette mica da un giorno all'altro di evolversi. Tutto scorre, tutto prosegue, o meglio, si sopravvive e sempre più si assottiglia il confine tra la propria identità e il lavoro: lavoro dunque sono. E' giusto? No. Non siamo un lavoro, siamo quello che siamo. C'é anche altro, molto altro e questo altro non ci aspetterà per sempre. Va afferrato al volo come una fune per farci arrivare dall'altra parte.
Siamo la generazione che guarda davanti a sé, non ha fune, aspetta che qualcuno gliene lanci una, un tarzan senza giungla.
Andare a dormire mentre il mondo si sveglia é appagante quanto gioire dell'essere riusciti a rubare un prezioso tesoro mentre ancora nessuno se ne é accorto.

venerdì 12 giugno 2009

Oddio da quanto tempo non scrivo.
Ne é passato di tempo, chissà perché poi quando uno rinizia a scrivere qualcosa subito dopo sarà colto da questa febbre che lo spingerà a scrivere a scrivere e a scrivere ancora...e poi basta.
La verità é che non siamo padroni del nostro cervello, almeno non fino in fondo (non quanto vorremmo almeno), dunque il guizzo di creatività e spunto intelligente che domina il momento scemerà presto.
Meglio approfittarne dunque, ma non troppo. Vorrei evitare di scrivere ora Guerra e Pace e non aver nient'altro da dire per i prossimi tempi...
Ergo: oggi rispondo presente all'appello, domani si vedrà.
E' così difficile emergere tra così tante cose in una borsa...soprattutto se disordinata come la mia.

lunedì 8 settembre 2008

IO STO CON SAVIANO



"MANTOVA - Sul palco del teatro Sociale di Mantova una sedia e un tavolino di legno; sopra un computer portatile, collegato ad un proiettore, ed un ragazzo di ventinove anni in jeans e camicia bianca che parla al microfono. Ai lati del palco, in piedi, quattro poliziotti in borghese: giubbotto antiproiettili, pistola malcelata nella fondina, auricolare. Il ragazzo che parla è sottoscorta per avere scritto un libro, "Gomorra", che ha venduto più di un milione di copie; potenza della scrittura. La dodicesima edizione del Festivaletteratura chiude con l'agghiacciante rassegna stampa di Roberto Saviano, che documenta come la camorra si serva dei giornali locali per comunicare il suo pensiero e lanciare messaggi. "


[.........]


"Con il pc fa partire un servizio di una trasmissione Mediaset in cui la sorella del boss Cicciariello, quello arrestato con l'amante, a commento di "Gomorra" dice: «Cosa gli abbiamo fatto noi di Casale di Principe? Gli abbiamo violentato la moglie, gli abbiamo violentato la fidanzata, ammazzato un fratello?». È difficile addormentarsi con tali parole nella testa, assicura Saviano: «Ti distruggono la quotidianità, ti fanno capire che anche le persone intorno a te sono in pericolo». Quindi ricorda come, il giorno stesso di quel servizio televisivo, fu ucciso un uomo che aveva denunciato i camorristi nove anni prima, e a cui era stata appena tolta la scorta. "Tardariello ma mai scurdariello", recita un detto campano che non necessita di traduzione: la vita di Saviano non sarà mai più al sicuro. "


Mi chiedo se sia possibile per un individuo non sentirsi libero nel proprio Paese...